Alla parte nei cui confronti venga prodotta una scrittura privata deve ritenersi consentita - oltre alla facoltà di disconoscerla, così facendo carico alla controparte di chiederne la verificazione addossandosi il relativo onere probatorio - anche la possibilità alternativa di proporre, senza con ciò riconoscere né espressamente né tacitamente la scrittura medesima, querela di falso al fine di contestare la genuinità del documento stesso, atteso che in difetto di limitazioni di legge non può negarsi a detta parte di optare per uno strumento per lei più gravoso ma rivolto al conseguimento di un risultato più ampio e definitivo, quello cioè della completa rimozione del valore del documento con effetti erga omnes e non nei soli riguardi della controparte.

Giurisprudenza

 

(a cura dell’Avv. Fabio Bravo - www.studiolegalebravo.it)

Poiché la prestazione del consulente tecnico d’ufficio è effettuata in funzione di un interesse comune delle parti del giudizio nel quale è resa, l’obbligazione nei confronti del consulente per il soddisfacimento del suo credito per il compenso deve gravare su tutte le parti del giudizio in solido tra loro, prescindendo dalla soccombenza; la sussistenza di tale obbligazione solidale, inoltre, è indipendente sia dalla pendenza del giudizio nel quale la prestazione dell’ausiliare è stata effettuata, sia dal procedimento utilizzato dall’ausiliare al fine di ottenere un provvedimento di condanna al pagamento del compenso spettategli.

La procedura di disconoscimento e di verificazione di scrittura privata (art. 214 e 216 c.p.c.) riguarda unicamente le scritture provenienti dai soggetti del processo e presuppone che sia negata la propria firma o la propria scrittura dal soggetto contro il quale il documento è prodotto; per le scritture provenienti da terzi (come nel caso di un testamento olografo), invece, la contestazione non può essere sollevata secondo la disciplina dettata dalle predette norme, bensì nelle forme dell’art. 221 e ss. c.p.c., perché si risolve in un’eccezione di falso.

L’art. 2719 c.c., il quale esige l’espresso disconoscimento della conformità con l’originale delle copie fotografiche - cui vanno assimilate quelle fotostatiche - è applicabile tanto all’ipotesi di disconoscimento dell’autenticità della scrittura o della sottoscrizione (che preclude definitivamente l’utilizzabilità del documento fotostatico come mezzo di prova, salva la produzione dell’originale da parte di chi intenda avvalersene, onde accertarne la genuinità all’esito della procedura di verificazione ex art. 216 c.p.c.), quanto a quella di disconoscimento della conformità della copia all’originale (che, tendendo al limitato scopo di impedire l’attribuzione alla stessa della medesima efficacia probatoria dell’originale, non impedisce al giudice di accertare tale conformità aliunde ed anche a mezzo di presunzioni). Nel silenzio della norma sulle modalità e sui termini entro cui i diversi disconoscimenti devono avvenire ed in assenza della previsione di un distinto regime processuale, deve ritenersi applicabile ad entrambi la disciplina dettata dagli art. 214 e 215 c.p.c., con la conseguenza che la copia fotostatica non autenticata, anche nella normativa anteriore alle modifiche apportate all’art. 345 dello stesso codice dalla novella del 1990, si deve avere per riconosciuta - sia nella sua conformità all’originale, sia nella scrittura e nella sottoscrizione - se la parte comparsa non la disconosca, in modo formale, alla prima udienza, ovvero nella prima risposta successiva alla sua produzione.

In tema di prova documentale, il disconoscimento di un documento, ai sensi dell’art. 2719 (o dell’art. 2712) c.c., che provenga dalla stessa parte, o dal suo dante causa, o da terzi o dalla stessa controparte nel giudizio, deve essere specifico, ossia riferito ad una copia di esso concretamente individuata, e successivo, effettuato, di regola, dopo la produzione in giudizio della copia documentale. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto generico e preventivo il disconoscimento effettuato dall’Amministrazione finanziaria, in una controversia avente ad oggetto il rimborso di tributi indebitamente versati, in quanto privo di alcun riferimento a documenti determinati e individuati nel loro contenuto e nei loro dati identificativi e anticipato rispetto alla loro produzione in giudizio in fotocopia).

Il disconoscimento della conformità di una copia fotostatica all’originale di una scrittura non ha gli stessi effetti del disconoscimento previsto dall’art. 215, comma 2, c.p.c., perché mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni. Ne consegue che l’avvenuta produzione in giudizio della copia fotostatica di un documento, se impegna la parte contro la quale il documento è prodotto a prendere posizione sulla conformità della copia all’originale, tuttavia, non vincola il giudice all’avvenuto disconoscimento della riproduzione, potendo egli apprezzarne l’efficacia rappresentativa.

STUDIO DI GRAFOLOGIA E DI PERIZIE GRAFICHE

Prof. Alberto Bravo

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